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Foodporn, se il cibo va con tutti

Nel mezzo del cammin della nostra umana digital esistenza, non si sa come non si sa perché, qualcuno ha sentito il bisogno di rendere partecipe il personale esercito di amici/followers di dettagli fotografici insulsi della propria routine (senza che nessuno glielo avesse chiesto). Da una tazzina di caffè, passando per la colazione della mattina, saremmo arrivati al compulsivo foodporn e al punto di illuderci di riuscire a gustare di più una pietanza solo dopo averla immortalata, ad avvalorarne il sapore solo dopo averla vista nelle foto degli altri. Al punto da arrivare a dar per certo che al grado di fotogenia corrisponda il livello di bontà del sapore percepito e tutta una serie di supercazzole che tempo fa non immaginavamo ma manco per niente e invece eccoci qua.

Facciamo un passo indietro.

Foodporn?! Mica ti permettevi col buon vecchio rullino!

Nella mia famiglia siamo di tradizione grandi appassionati di fotografia. Grazie al legame inseparabile tra mio padre e le sue immancabili analogiche Olympus, oggi vantiamo in casa un patrimonio di album fotografici che ci ritraggono in tutte le fasi della nostra crescita, in tutti i momenti delle nostre giornate (anche i più imbarazzanti). Foto di viaggi, compleanni, pomeriggi ordinari trascorsi fuori un terrazzo, pennichelle, pianti, sorrisi, amicizie, giocattoli, i primi giorni di scuola; e di foodporn…neanche l’ombra. Ho cercato in ogni dove una foto che ritraesse un piatto di spaghetti prima di essere consumato, una pizza, una fetta di carne, una coppa gelato enorme, niente. Eppure mangiavamo, me lo ricordo.

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Ho provato ad immaginare se con un rullino da 24 foto, mio padre avesse avuto l’estro creativo di dedicare una decina di scatti al cibo. Gli avrebbero dato dello sprecone nel migliore nei casi, nel peggiore un tipo strano, forse uno sfigato.

Con la morte del rullino e l’avvento delle prime macchine fotografiche digitali, la mania delle foto al cibo sembra ancora non sfiorarci. Nonostante il numero illimitato di scatti, il moltiplicarsi di foto stupide e le tante banalità che potevamo inventarci per consumare click, il cibo pare continuare a giacere lì sulle tavole giusto per essere mangiato e condiviso solo se dal vivo con gli altri, mai a distanza.foodporn

E poi arrivano gli smartphone, la fotografia mordi e fuggi (giusto per restare in tema), le gallery fotografiche  di condivisione, i Social Network. INSTAGRAM. L’umanità scopre (o ci fa credere di scoprire) il piacere della condivisione delle piccole cose, la bellezza della semplicità del dettaglio e la riproduzione di tutta una serie di ovvietà che spesso destano ovazioni di consensi solo per il merito di accomunare vite e gusti dei più e che ci rendono per questo “giusti” agli occhi di tutti. Ed eccoli qui: il panino ipercalorico di turno, i piatti bio, l’insalata del palestrato, la cena vegana, il sushi gettonatissimo, la pizza fatta bene, la pasta fatta in casa.

Estetica del boccone

Il foodporn non risparmia nessuno. Il cibo sembra arricchirsi di una componente estetica determinante, ancor più di quanto possa esserlo il sapore. La viralità di alcuni piatti ormai eletti a patrimonio culturale dalla community  incide inconsciamente sui nostri gusti, sulla nostra volontà di farceli piacere o meno. Una vera e propria spersonalizzazione delle personali preferenze, a favore della consuetudine digitale che abbiamo di condividere ciò che viene più condiviso: un circolo da cui non si esce mai, insomma. Una pratica che va ben oltre il puro estetismo, e qui casca l’asino. Il cibo smette nella maggior parte dei casi di essere fotografato per la sua “bellezza”, a favore di foto spesso scadenti tutt’altro che invitanti. Quelle foto, per intenderci, che finiscono per alzare il gran polverone di “ ma a me cosa interessa di quello che mangi – c’era proprio bisogno di tutto questo foodporn” e farci rimpiangere il buon vecchio rullino. E il cerchio si chiude.

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Assuefatti da feed sommersi di ricette, videoricette, scatto casalingo della cucina di mammà, Instagram d’autore, siamo la gioia dei ristoratori che sulle orme di questa mania costruiscono e rafforzano il proprio business e la propria identità a suon di cibi in mostra 24h, belli e serviti sulle nostre bacheche pronti per essere bramati.  Siamo il motore di tutto quello che ha finito per stancarci, ma che rappresenta, come tante altre cose, la certezza in cui finiamo per nasconderci e sentirci “socially correct”.

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