Apparenze (apparizioni) dal grande schermo…
Buzz McCallister: Non avete mai sentito parlare dell’assassino della pala di South Bend?
Rod McCallister: No.
Buzz McCallister: È lui. Nel 1958 ha ucciso tutta la famiglia e la metà dei suoi vicini di casa con una pala da neve. Da allora si nasconde nel nostro quartiere.
Rod McCallister: Ma se è l’assassino della pala perché non lo arrestano?
Buzz McCallister: Non hanno prove sufficienti. Non hanno mai trovato i corpi. Tutti qui intorno sanno che è stato lui. Adesso è solo questione di tempo: ucciderà ancora.
Rod McCallister: Cosa fa adesso?
Buzz McCallister: Va su e giù per le strade tutta la notte a spargere sale sui marciapiedi.
Rod McCallister: Forse sta solo cercando di redimersi.
Buzz McCallister: Non è così. Vedi quel bidone pieno di sale? È lì che mette le sue vittime. Il sale intacca i cadaveri e li trasforma in mummie.
Se siete della mia generazione non c’è bisogno che vi spieghi quello che avete appena letto e visto. Per quelli più giovani o troppo vecchi dico solo: Mamma ho perso l’aereo!
Ok, due parole per il vecchio nell’immagine in evidenza: nel suddetto film il vecchio Marley, che per i bambini del fantastico dialogo che ho riportato è l’assassino della pala, è vittima di un qui pro quo. Le sue apparenze ingannano, la sua presenza risulta un po’ inquietante e le conclusioni, si sa, sono tratte in fretta. Troppo in fretta, a volte.
D’altra parte forse il vecchio avrebbe potuto fare qualcosa per sembrare quello che in realtà è o per non sembrare ciò che in realtà non è…o no? Magari però a lui non gliene può fregare un cazzo della reputation. E a noi?
Apparenze – Presenze – Interventi
Quando parlo di apparenze nel campo della reputazione online e del personal branding mi riferisco alla presenza e agli interventi. A come letteralmente appariamo agli altri utenti.
Per avercela una reputazione online, bisogna essere presenti, bisogna che si sappia che esistiamo. Non voglio parlare di aziende, ma di persone. Singoli individui. E della percezione che si ha di essi.

Sui social media abbiamo quotidianamente ottimi esempi di come NON gestire la propria presenza online, come NON intervenire in una discussione (anche a favore della propria immagine), come NON apparire. Lo studio sul campo, quasi in ottica antropologica, riesce facile in casi come questo con la tribù dei professionisti.
Parlare approfonditamente di brand reputation, online reputation e co. richiederebbe tante pagine. Farlo seriamente no. E ciò che intendo può essere riassunto in punti o 10 comandamenti:
• Siate social. Ho detto social, no anti-social. Interagite.
• Costruite un ‘me stesso’ credibile e realistico, magari anche attraverso un blog personale che restituisca l’immagine che volete proiettare. Vera.
• Lavorate sulle vostre reazioni, non se ne può più di flame e mammt (non è vero mammt fa sempre ridere).
• Incrementate la vostra presenza online, attraverso la SEO potete spingere alcuni contenuti. Più “siete”, più voce si ha.
• Una risposta fuori dagli schemi resta impressa il doppio di una reazione attesa: fermatevi prima di scrivere.
• Fate parte di qualcosa in maniera attiva: iscrivetevi a gruppi, forum (esistono ancora?), gestite una pagina.
• Sviluppate contenuti firmati da voi e che comunichino realmente la vostra esperienza.
• Stringete relazioni con la gente del vostro mondo, quanto più possibile.
• Se dovete discutere, basatevi su dati oggettivi o su riflessioni incontrovertibili che anche se non hanno una dimostrazione non possano essere biasimati. Usate la lingua. Analizzate le parole.
• Non litigate, è meglio. Una risata ci salverà.
La parentesi linguistica: la prosodia semantica
Ci vuole poco ad abbinare il proprio nome o brand ad un trend o un suggerimento “sconveniente”, per così dire. D’altra parte la gente cerca su Google, come se non lo sapessimo. E cerca pure informazioni su di noi. Calcola che dipende tutto dalle parole e da come si usano.
Come al solito mi piace farne anche una questione linguistica. Parliamo brevemente di un concetto che io trovo fantastico: la prosodia semantica. L’argomento, giovane per la Linguistica che lo affronta da pochi anni, non è direttamente correlato con il topic dell’articolo, ma rende bene un’idea: l’importanza delle parole, delle parole vicine alle parole e dei contesti e delle intenzioni che le muovono/ospitano.
Insomma, dove vanno le parole? Con prosodia semantica, intendiamo “a consistent aura of meaning with which a word is imbued by its collocates” (Louw). La tendenza di una parola ad associarsi regolarmente a gruppi semantici positivi o negativi, quindi. Esempio (e qui capirete quanto il concetto risulta fondamentale nella traduttologia): in inglese il verbo cause “si colloca” al 90% con parole “negative” come cancer o crisis. Insomma, usi le parole sbagliate e hai donato un’aurea negativa alla tua espressione. O viceversa, naturalmente.
Esiste una branca della Linguistica, la pragmatica, che studia le intenzioni comunicative e come la lingua sia capace di soddisfare esigenze e scopi comunicativi, come vanno considerati contesto e fattori extralinguistici, come fenomeni quali l’ambiguità non siano gestibili in ambito puramente linguistico.
Insomma, vi pare ancora il caso di non prestare attenzione a ciò che si dice e a come lo si fa?
I tools per la reputation
Potrei elencarvi una serie di strumenti per l’analisi dei dati web, per il monitoraggio dei social, per vedere in che posizione siete in base a qualche criterio di valutazione da ranking. Non è quello che intendevo fare con questo post. I trucchi non ci sono e neanche gli strumenti. Meglio, esistono entrambi, ma per poterli usare in maniera fruttuosa bisogna avere un controllo totale delle proprie reazioni, delle capacità comunicative e relazionali, della gestione delle crisi. In quel caso però, probabilmente, si avrebbe già un’ottima reputation e le apparenze conterebbero di meno. O no?
Il tool migliore, ricorda, è dato di default col resto del corpo.
AGGIORNAMENTO: questo articolo l’ho scritto ieri. Ora sono tornato dal WebUpDate 2016 dove ho assistito a numerose relazioni interessanti. L’intervento di Rudy Bandiera e di Riccardo Scandellari (Skande) era incentrato sul personal branding e ho trovato molti spunti interessanti e parecchie considerazioni che condivido. Anzi, mi ha sorpreso quanto tali considerazioni viaggiassero su lunghezze d’onda simili alle mie.
Grazie per avermi insegnato che se vuoi diventare ricco e fiko™ statisticamente devi essere un cesso e non fare personal branding.
Insomma, sempre forza Sai Baba.
Ah, l’articolo lo pubblico ora, va’…
Concludo aprendo, da Alice (Carrol)
Se io avessi un mondo come piace a me, là tutto sarebbe assurdo: niente sarebbe com’è, perché tutto sarebbe come non è, e viceversa! Ciò che è, non sarebbe e ciò che non è, sarebbe! (Alice)

[…] prosodia semantica ne avevo parlato qualche settimana fa nell’articolo “Le apparenze ingannano, pure online” . Il succo è che ormai nella mia testa “ritenta” è una presa per i fondelli. Il […]
[…] a sentire una persona un po’ speciale. Moltiplicalo per tutte le persone a cui tieni per il tuo brand. Come tutti gli altri […]
[…] Gestione del personal branding e per la reputation […]
[…] ma conferiscono autorevolezza e tutelano), dipende molto dal professionista stesso e dalla reputazione che egli riesce a costruire. Quindi prima del prezzo, viene la percezione di sé stessi che si riesce a trasmettere ai […]
[…] Leggi anche: Le apparenze ingannano, pure online […]